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CARA ITALIA.

                             Da Torino, addì 17 marzo 1861, il senato e la camera dei deputati hanno approvato, articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi successori il titolo di Re d’Italia. Sono le parole che si possono leggere nel documento della legge n.4671 del Regno di Sardegna e valgono come proclamazione ufficiale del Regno d’Italia, era il 14 marzo 1861. Legge che divenne la n.1 del Regno d’Italia il 21 aprile 1861. Un Italia inizialmente divisa in sette Stati, un Regno di 22 milioni di abitanti. 150 anni di uno Stato unito, una ricorrenza che sicuramente lascia riflettere. 150 anni, non sono tanti, ma lasciano finalmente intendere di quanto sia importante per un territorio e soprattutto per gli abitanti di tale territorio, poter dire di appartenere, non più a una terra italica continuamente divisa e spesso invasa e tragicamente deturpata da altri popoli. Una terra unita, motivo di orgoglio, per 58 milioni di Italiani. Una terra che dovrebbe continuamente alimentare e gratificare lo spirito e il coinvolgimento di tutti quelli che con altissimo prezzo hanno dovuto pagare per far si che tutto questo avvenisse. Essere Italiani dovrebbe servire ad eliminare qualsiasi pregiudizio nei confronti di chi è meno dotato o di chi erroneamente è nato in zone meno importanti del nostro territorio. Questo spesso viene dimenticato o sostituito da altre necessità, come quelle di essere di più o meglio, ecco il perché di tante anomalie che spesso ledono il senso vero di cosa si intende appartenere. Di essere pedine essenziali di una intera Unità, come è sicuramente quella Italiana. Cara Italia,  non solo perché si è nati, tutti  su un terra esclusivamente italiana, ma soprattutto, perché ci si sente di far parte di una comunità sorretta da valori identici, con gli stessi obbiettivi,  oltre che alla considerazione di forte gratitudine che tutti dovremmo avere nei confronti di chi con grossi sacrifici ha permesso che questo accadesse. Il passato dovrebbe sempre essere tenuto presente, poiché sicuramente tutto quello che ci è permesso fare, le nostre conquiste, le nostre possibilità sono frutto dell’impegno costante di tanti altri che ci hanno preceduti. Una mia, di quelle che chiamo poesie: “ La voglia infinita “ Seduto in un angolo, una coperta addosso, guardo avanti e non vedo la dov’era una casa si erge soltanto un ricordo.Fra quei cumuli arrabbiati....si ode soltanto la morte.Mi sale la voglia di farla finita. Ma poi mi giro di là.....seduto in un angolo c'è un'altra coperta.....anche lei guarda avanti e non vede. Ricorda che lì c'era una casa. Fra quei ruderi affranti si ode soltanto la vita. Allungo la mano...mi sale la voglia di farla infinita. Questa per introdurre un tema ricorrente sul comportamento di noi uomini in genere. Spesso l’orrore e la fatalità hanno teso agguati in ogni tempo. La storia dell’umanità in genere e per quanto ci riguarda di quella nostra Italiana, temprata e avvilita nel tempo è calpestata da eventi dominati da catastrofi naturali, vedi il terremoto dell’Aquila. Nei giorni che seguono ogni tragica conclusione, c’è sempre qualcuno che implora. Mentre altri si prodigano, per prima, a giudicare, per poi finire col credere ancora di essere i primi della classe. Fra questi, ce ne sono tanti che da sempre si gonfiano come palloni, autoconvincendosi di essere, tra tutti i viventi, gli unici dotati d’intelligenza. Così spesso accade che fra tanti vuoti di memoria, ognuno reagisce come meglio crede. Un dispiacere misto a disappunto che spesso ci fa urlare: è la mia terra, farei qualsiasi cosa per migliorarla, mentre l’altro ci scrive sopra: è la mia città, farei qualsiasi cosa per ricostruirla. Così avviene che per ogni piano che viene giù, l’unico che ha pagato continua a pensare: è il mio mondo, farei qualsiasi cosa per sostenerlo. Pian piano quel sopravvissuto, facendosi largo tra le tanti polveri sottili, invano cerca di farsi ascoltare: è la mia famiglia, farei qualsiasi cosa per ritrovarla. Così anche quando si è portati a credere che ormai è la fine, ecco l’apparire di quell’altro. Quello un po’ distratto, tanto che per lui è quasi un vanto affermare: è la mia calamità, farei qualsiasi cosa per evitarla. Così come spesso accade è il momento in cui, soltanto da quel vicolo buio si fa avanti chi fra tanti non ha mai avuto niente. L’unico a dire: è la mia vita, farei qualsiasi cosa per donarla. Forse non capite, vorrei scambiarla con quel piccolo rimasto sotto a quelle travi di farina. Tanti come spesso accade, hanno già dimenticato. Solo chi non è morto quel dì, vive ancora di paura, con gli occhi verso l’alto a ricordare di come era: ieri, ero vivo, oggi sopravvivo, domani chissà. La terra trema, continuerà a tremare, ma chi ha più paura è sempre l’uomo. Quell’uomo, per tanto tempo così sicuro di se stesso, che alla fine soffre e paga per i tanti suoi errori. Sconfitto e colpito nelle cose a lui più care, per aver seguito, spesso, la sua stessa incoerenza. Perché incoerenza? Perché l’uomo in genere crede di essere più dell’altro, spesso soffre se è costretto anche dagli eventi imprevisti di dover sottrarsi cose conquistate con il proprio sudore, piuttosto che doverle dividerle con chi meno fortunato, viene duramente colpito anche da tanti eventi catastrofici come può essere quello di un terremoto in genere. Questo è soltanto un esempio di come un Italiano unito, spesso reagisce in modo incoerente a tutto ciò che accade. Allo stesso modo è da sottolineare tutto quanto viene fatto da tanti altri per affrontare e modificarne gli effetti. Essere uniti dovrebbe sempre spingerci verso un impegno totale e costante, con le dovute competenze, per far si che un Italiano debba sempre sentirsi componente importante di uno Stato proclamato e acclamato Unito per ben 150 anni. La parola volontà è quasi sparita dal lessico quotidiano, sostituita dalla parola libertà, intesa come libertà di fare quello che spesso ci piace, mentre volontà ci costringe ad un impegno per realizzare un fine. La parola volontà non dovrebbe mai venire meno, questo per dire che per vivere e credere in una “Unità” come quella italiana, ci vorrà sempre l’impegno costante di tutti per far sì  che chiunque potrà sempre dire, non sono solo, non sarò mai solo. Il nostro esserci, succube del tempo, corretto e non dimezzato di un tempo che va, senza mai fermarsi. Nella complessità dei nostri attimi, c’è scritto: “tutto quello che è stato”. Se ieri, la capacità di esserci, era sognare. Oggi la stessa capacità è viverla. Domani è soprattutto esserci, ricordare e possibilmente ritrovarsi. Cara Italia è indispensabile che l’alba segua sempre un tramonto, la notte ore di tenebre fiaccate da un “ non ce la farò mai “ a tenerla lontano. E’ necessario che ci sia sempre un domani e poi ancora un domani, per poter dire “ noi eravamo “. E’ stimolante risvegliarsi di ricordi futuri, sopiti e sfogliati di tempo. E’ inimmaginabile avere del niente commiserazione, tormenti e sperduti silenzi. E’ inevitabile vivere, convivere e poi ancora vivere per poter un giorno morire contenti. Le braccia del tempo si aprono e lasciano andare verso spazi ampi e fluidi, mai sazi del bel ricordare. Le parole dolci, fuggenti di una terra ingrata, arida di un non voler trattenere. E’ bastato dire basta, per non dover mai più sentire “ ancora “. Nessun vero italiano potrà mai negare di essere stato almeno una volta un furfante e tantomeno un senso indegno di panico potrà mai affermare “ sono un amico “. In fondo, come italiano, ho avuto tanto, ma ho dovuto dare, anch’io tanto. Questo per dire che spesso l’occasione fa l’uomo ladro, ma essere italiano dovrà inevitabilmente significare qualcosa. Tutti abbiamo l’obbligo di impegnarci per l’intera comunità, al di là delle divisioni politiche e socioculturali. Soprattutto non bisogna mai dimenticare. La memoria di tutto ciò che è stato, non dovrebbe mai essere accantonata. Non è soltanto una ricorrenza di un evento o di un particolare momento storico. La memoria, un cassetto dove attingere soprattutto l’insegnamento di come ci si dovrebbe comportare. La libertà è una conquista dell’uomo, va rispettata e usata sempre nel modo più giusto, altrimenti non avrebbe avuto senso l’antica spedizione del Mille di Garibaldi e tantomeno tutto l’impegno e sacrificio di tanti altri ancora. Cara Italia, solo così ognuno di noi potrà sempre dire: no, non sono stanco, quello che fa male è tutto ciò che è marginale. La mia strada fatta ad ogni passo, attimo per attimo, passo dopo passo, senza soste, senza sogni deturpati. Mai prigioniero di ciò che è mancato. Mai stremato, mai arreso alla sorte, mai rimasto senza un pensiero. E se poi la paura di sbagliare, provata e mai lasciata, mi ha permesso di andare sempre in alto, oltre il vento del chissà. Ho raccolto qua e là, tanti fiori di parole, mai rimaste inascoltate. Sempre aromi di ogni senso a scrivere ciò che penso. L’unico vero ostacolo è il tempo, anche lui, mai stanco. Anche lui, senza soste. Anche lui, mai marginale, sa sempre quando fermare. Cara Italia, il mio scrivere sanguina nei tramonti senza bagliori, quando le brezza di terra prendono il largo, boriose di tempo che va. Sanguina malinconico di imperturbabile cedimento, quando rievoca ulteriore ripensamento. Il mio scrivere sanguina ripetutamente, si riprende e si ripiglia ogni volta che passa di un vortice il parapiglia di un non voler mai più scrivere. Il mio scrivere sanguina di parole mai versate, dette e mai ascoltate. Cara Italia, manca sempre un attimo a quello che avverrà. La normalità alimenta sempre la speranza ed è lecito chiedersi: farà così male? Il nostro spirito deve essere come una mongolfiera che sale, liberandosi di ogni peso malinconico. Il nostro cuore, forse un viaggiatore esigente, se dovesse scegliere dove emergere. La scelta del momento è solo sua, nessuno potrà mai cambiarla. Nessuno sa come farlo palpitare, come gli amori intatti, mai lasciati veramente, che graffiano e scaldano il profilo incandescente di un cuore non di pietra, semmai testardo. Cara Italia, questa vita fatta di fuoco. Vita di gioie, vita di spine, vissuta da chi non teme di avere la fine come amica. Di chi si parla, si ascolta e continua a sognare. Di chi si sveglia e pensa di essere appena nato. Da chi si sente di continuare a vivere con quello che scrive. Da chi guarda al di là, oltre il tempo e vede che non è mai vissuto da solo e per niente. Cara Italia, tornando al passato, al tuo passato, ho rivisto l’uomo, il ragazzo, le passioni i sogni, la voglia di arrivarci. Le sue sconfitte di allora. Le sue mete mai raggiunte. Il suo amore, di un tempo, come allora ora e per sempre. Il suo cuore nutre per sempre, a tratti intrappolato, mai vinto, quasi annientato, mai fermato. Tra gli alberi di gioie che crollano fragorosamente, macerie di sentimenti immerse nelle acque grigie di ciò che a tutti accade. L’ambiguità di certi momenti. Le conquiste di ogni attimo. Subito dopo, la certezza di essere contento, allora, ora e per sempre. Cara Italia, alla fine del viaggio, ora si avvia verso il parco del riposo. Non si accorge di aver dimenticato di scrivere la parola fine. Si pone al fianco dell’altro andato prima, invoca il silenzio, ricoperto di foglie di un voler bene a tutti i costi. Dimentica, non sa spiegare la complessità di ciò che è già successo. Si aspetta che il battito del suo cuore esca a raccontare l’assoluto. Si è spento nelle ore al termine del suo tempo, convinto di poterci sempre essere stato, mentre come l’altro è solo di passaggio.

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