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LA VIRILITA' DI DON VINCENZINO DI ANNA FINOCCHIARO

Don 'nzino (Vincenzino) era il barbiere del mio paese, nello sprofondo della Sicilia. Appena pingue, di quella complessione che spesso assumono gli uomini trascorsi i settant'anni, col vezzo delle maniche corte (anche d'inverno) di una camicia bianca sempre impeccabile, a collo aperto e disteso, lo ricordo sempre profumato, di quell'aroma da barberia, appunto, che credo si chiamasse Floyd. I capelli, divisi da una scrima laterale, erano pochi ormai, ma lisciati fino a trattenere l'ultima traccia del pettine a denti fitti, ed erano, inequivocabilmente tinti. Di quel nero che, come diceva mio padre, sembrava quello di un paniere di ricci al sole. Così le sfumature rossastre si rivelavano lì dove la tintura cominciava a cedere, mentre quella bluastra indugiava sulle tempie e sulla nuca. Si diceva fosse un uomo assai prestante e gli si attribuivano, nel tempo, numerose amanti. L'opera sua consisteva nel non smentire mai, e neanche ammettere, ma in un gioco continuo di ammiccamenti e strizzatine d'occhio, finto ritegno e risate che gli facevano tremare la pancia. Comunque le donne erano il suo argomento. Di tutte giudicava compattezza e rotondità, di tutte pretendeva di cogliere inespresse voglie, pensieri trasgressivi, delusioni maritali, trascorsi turbolenti. Bastava non aver superato la quarantina ed essere appena graziose per entrare nel catalogo delle sue conversazioni. E se l'interlocutore si spingeva a chiedere, sottovoce, - e accadeva spesso - come mai fosse così informato sulla tal signora o signorina, immancabilmente
rovesciava indietro la testa, e gli occhi, fino a svelarne il bianco, e diceva "Amico mio, non sono un santo", mentre rilucevano, dalla bocca semiaperta, i pazienti e inesausti ritocchi del dentista, di amalgama e ponticelli d'acciaio. È uno spasso, dicevano gli avventori della sua bottega, riferendosi alle continue battute a doppio senso, ma, e soprattutto, a quel dire e non dire di una virilità sempre all'opera, sempre pronta a "dare soddisfazione" a quella femminina moltitudine. E che invidia suscitava negli uomini, se non per le prodezze erotiche, per quella libertà che si prendeva. Ma era un poveraccio. Patetico. Un'editio minor di una maschera di Dapporto, una penosa imitazione di quella vis comica che Totò sprigionava nello sporgersi sul décolleté di una signora prosperosa in uno dei tanti - deliziosi - film dell'epoca. E non ha mai saputo di quanto feroci fossero i commenti delle donne del paese. Giovani e meno giovani. Di quanto apparisse loro ridicola questa perdurante esibita virilità - che, vera o non vera che fosse - era pur sempre quella di un uomo ormai anziano, di quella vecchiezza dai denti finti e dai capelli tinti.

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