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IL CASTELLO

Nella mia città c’è un castello del periodo aragonese, dovrebbe essere del 1500, questo è un dettaglio da trascurare, perché i pochi turisti possono leggerlo benissimo su un cartello posto all’incrocio tra due strade. In verità i turisti in giro sono pochissimi e sono emigrati che ritornano con le loro famiglie dall’estero o dal nord produttivo, dove i Suv sono più numerosi dei cani da guardia nelle ville in periferia. I loro figli parlano un italiano con accento milanese o torinese, sembrano tanti zombie sui marciapiedi di Via Roma o Corso Garibaldi in pieno agosto, con le mani nere a causa della copia della Gazzetta dello Sport semisciolta dai raggi del solleone, controllati dagli sguardi dei tre o quattro anziani seduti all’unica panchina all’ombra della strada.
Il castello doveva essere costruito su una sommità a qualche chilometro dal centro abitato. Durante la costruzione delle fondamenta del castello fu trovato un quadro della Madonna e su quella sommità fu costruito un santuario dedicato alla Madonna, quindi il castello venne costruito più in basso dentro il centro abitato. Cosi racconta la leggenda, chi va al santuario può facilmente vedere il quadro esposto in una vetrata dotata di raggi infrarossi, perché qualcuno un giorno ha cercato di rubarlo. L’immagine ha un taglio in un guancia. Ora è molto strano o perlomeno dà da pensare il fatto che Dio decida di manifestare un segno della sua presenza dipingendo un quadro della madre. Forse poteva farlo in un altro modo, magari incenerendo il crudele governatore spagnolo del tempo o facendo piovere dal cielo pane in abbondanza, piuttosto che facendo trovare un quadro nelle fondamenta del futuro castello. Nessuno ha mai avanzato una piccola critica a questa storia e tutti l’hanno accettata, così viene tramandata ai più piccini per spiegare l’origine del santuario, posto in cima ad una collina a dominare l’intero centro abitato.
Io temevo quel castello, nei fumetti di mio padre c’era una serie fatta di albi enormi grandi come una pagina di un quotidiano. Si chiamava il Principe Valiant e parlava delle avventure di un gruppo di cavalieri nell’Europa medioevale ai tempi di Re Artù. Erano tavole bellissime, piene di colori, di armature, di battaglie con corpi dilaniati e belle principesse da liberare, uccidendo cupi tiranni, perfidi consiglieri di corte o sfidando la furia di draghi mortali. Poi c’erano le avventure di Carlo Magno e i paladini. Mio nonno mi raccontava sempre la disfatta di Orlando, quando a Roncisvalle, tradito del malvagio Gano di Maganza, ferito mortalmente dai mori, suonò il suo potente corno, l’olifante. Mio nonno era gigantesco, ex appuntato dei carabinieri a cavallo, aveva combattuto la prima guerra mondiale e raccontava sempre dei muli che si buttavano a terra, prima degli uomini quando sentivano sibilare le bombe. Non era tipo da commuoversi, ma quando recitava la morte di Orlando la voce cambiava tono e si faceva più cupa. Ma era solo un attimo e poi mi offriva pane e gorgonzola, la sua cena serale. Ogni giorno leggeva solo un giornale, il mensile dell’Arma dei Carabinieri, credo che lo imparasse a memoria.
La sera prima di addormentarmi sognavo sempre di essere un paladino di Carlo Magno senza macchia e senza paura, pronto a vendicare la morte del prode Orlando e quel castello mi si ergeva davanti come una fortezza inespugnabile che dava i brividi solo a pensarci. Ne stavo molto lontano.
Il castello era circondato da un fossato pieno di acqua, sterpi e barattoli di latta. Mia madre era terrorizzata dal fossato e mi aveva proibito di avvicinarmi. Avrei potuto caderci dentro incapace com’ero di avere un ottimo equilibrio. Non ho mai corso questo pericolo, il ruolo dell’intrepido esploratore alla scoperta dell’ignoto non mi è mai stato congeniale. Insieme a mio cugino, in due a cavallo di una Graziella bianca, passavo molte volte nei pressi del castello, ma non ci fermavamo. Intorno al castello stavano sempre delle guardie armate affacciate alle torrette, perché era un carcere.
Poi quella costruzione terribile scomparve dalla mia fantasia fino al matrimonio di Pino. Il prete all’arrivo dello sposo creò un stato di incertezza, mettendosi ad urlare perché il matrimonio non si poteva celebrare. La ragione era questa: mancavano i certificati di battesimo e di cresima che dovevano essere rilasciati da Don Alberto, ora siccome i due, per diversi motivi che solo i preti conoscono, non si parlavano da tempo, i certificati si trovavano ancora da Don Alberto. Bisognava fare qualcosa, altrimenti il pranzo sarebbe stato rimandato di qualche ora e lo stimolo della fame avanzava nei nostri stomaci. Io conoscevo l’altro prete e timidamente mi sono offerto volontario di andare a ritirare i documenti mancanti. Pino era felice, la sposa stava arrivando con il consueto ritardo di un’abbondante mezz’ora, quindi accompagnato da Luigi sono andato alla chiesa di Don Alberto, che si trova proprio accanto al castello adibito a carcere.
Intanto era iniziato a piovere, indossavo una giacca di seta celeste scuro. Il carceriere mi aprì e davanti al suo mitra abbassato sul fianco, gli spiegai chi cercavo e perché. Il prete non poté venire subito: era impegnato nel suo giro giornaliero presso i detenuti. Rimasi davanti al portone, cercando di ripararmi come meglio potevo dalla pioggia che cominciava a cadere copiosa dalle nuvole scure. Cominciavano ad arrivare i parenti dei detenuti che mi guardavano, cercando di scorgere nel mio volto una persona familiare o perlomeno conosciuta. Era una scena molto imbarazzante. Bussavano, bisbigliavano qualche parola al carceriere, nel pesante portone si apriva una porticina laterale e vi si buttavano dentro rapidamente. Erano perlopiù donne ed ero molto seccato per quegli incontri, le auto che passavano, sembravano rallentare un attimo la loro corsa. Certamente i guidatori cercavano di capire chi fosse fermo in un angolo del portone del carcere cittadino sotto la pioggia. Allora abbassavo la testa o fumavo nervosamente la sigaretta che stringevo fra l’indice e il medio, non aveva un buon sapore bagnata com’era. Don Alberto lo conoscevo perché era il sacerdote della chiesa dove andava mia nonna. Un uomo austero, di sani principi, legato agli ambienti di Comunione e Liberazione, era solito circondarsi di giovani che appartenevano a quel movimento politico e religioso legato a Don Giussani. Ce n’era uno che tutti chiamavano Mozart o meglio l’aveva sentito chiamare così da Aldo, quando una mattina di maggio eravamo seduti ad un tavolino della caffetteria di Piazza Municipio, uno dei luoghi dove si riunivano gli studenti fuori corso e i liberi pensatori laici del luogo. Era in realtà un luogo un po’ snob, frequentato dalla piccola borghesia illuminata della città. Noi non avevamo molti soldi, il più delle volte approfittavamo della presenza di un nostro conoscente seduto a consumare il caffè delle undici o l’aperitivo, per sederci e sfogliare la copia de La Repubblica o de Il Manifesto, in cui cercavo disperatamente qualche notizia di calcio. Mentre mio cugino, Edoardo, Nicola, Mimmo commentavano le scelte politiche del pentapartito o della giunta comunale, condannandole senza ombra di dubbio, io leggevo su Il Manifesto la misera cronaca della Juve in Coppa dei Campioni. Mauro seduto al mio fianco mi aveva appena chiesto una sigaretta e intanto sbirciava il misero resoconto della partita parlando con ragazzi seduti a tre tavoli lontani dal nostro. Una mattina arrivò Nick a cavallo della sua Guzzi 500 e a manetta salì sul marciapiede, dove le pietre si abbassavano per permettere alla 127 verde di entrare nel garage. In quel momento stava passando quel giovane bravo a suonare il pianoforte, Nick dovette sterzare per evitarlo, proprio allora Aldo alzava gli occhi dalla copia de Il Manifesto giusto in tempo per gridare: “Nick stai attento altrimenti fai fuori Mozart”. Da allora, per noi, si chiamò Mozart.
Quando arrivò Don Alberto mi chiese di ripetergli il motivo della mia visita, era un po’ diffidente verso ciò che dicevo, forse perché non avevo mai avuto la sua stessa posizione politica. Appena sentì il nome di Don Ciccio, non aggiunse nulla e mi diede subito i certificati. Ascoltai la seconda parte della cerimonia nuziale in manica di camicia malgrado fosse una giornata alquanto fresca. La giacca di seta era stesa ad asciugare sulla sedia davanti a me.
Negli anni novanta il castello è stato svuotato dai detenuti, dai secondini, dai fari, dal personale medico e paramedico, sono rimaste le celle aperte, le sbarre alle finestre, i cunicoli, il parlatorio e i bagni alla turca. La prima volta che l’ho visitato non mi ha fatto una bella impressione e ho pensato subito ai quei poveri detenuti in un luogo così oscuro e squallido Oggi il fossato è stato riempito e il castello diventato la sede di diverse associazioni culturali locali, questa è una caratteristica della mia città, secondo un sondaggio dell’Eurispes di alcuni anni fa, dal quale è stato evidenziato che ci sono un numero di associazioni culturali sproporzionato rispetto al numero degli abitanti. È una caratteristica della mia cittadino, oggi qualcuno organizza, anche, delle visite guidate nel Centro Storico e per il Giorno della Memoria ha dato vita ad un’iniziativa particolare: visita guidata nella Giudecca, chiamata così perché abitata dagli ebrei, poi cacciati via, quota di adesione 5,00 euro, esclusi i bambini, seguita da degustazione di cibi della tradizione ebraica, video proiezioni e letture di brani di autori della Shoa.
I carcerati, i custodi e il personale sono stati trasferiti in un supercarcere di decine di miliardi di lire. Ci sono stato durante l’ultimo referendum, ero presidente di seggio e viaggiavo in una cinquecento grigia guidata da scrutatrice di 40 anni, avevo come segretaria una sua coetanea. Ci hanno perquisito con il metal detector, il seggio era allestito nel locale docce. Il primo elettore ha votato in fretta, il secondo è uscito incerto fuori dalla doccia/seggio, mostrandomi la matita. Aveva la punta spezzata, mi hanno guardato perplessi: la segretaria, la scrutatrice e una coppia di secondini. Quasi con indifferenza ho tolto da una tasca un temperamatite e gliel’ho dato. Avevo seguito il consiglio di Tony: “Ricordati quando fai il presidente di seggio portati un temperamatite: è introvabile e ti può servire”. In effetti tra il materiale di cancelleria dato dall’ufficio elettorale manca sempre il temperamatite. Chissà perché?

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