POETI CONTEMPORANEI

OLOCAUSTO

Occhioni colmi di lacrime e smarriti,
piccole mani attanagliate ad altre grandi,
erano quei piccoli infanti,
strappati con violenza ai loro cari.
Donne, madri, che urlavano, straziate,
mariti e padri, impotenti all'ondata di furore omicida,
per una folle ideologia d'un regime nazista.
Poveri vecchi, sospinti dalle armi dei feroci aguzzini,
tutti stivati, come carni da macello,
sui camion in partenza
per il campo di sterminio.
Filo spinato, intorno al campo dell'orrore.
Terrore, negli sguardi dei bambini,
usati e torturati come cavie,
da medici istituiti a scienziati
ma, in veritá, perversi ed assassini.
Magri, ossuti e nudi, esserini ignari,
scovati tra sporcizia e sudiciume,
trascinati a due, a due, in fila indiana,
condotti "a far la doccia",
dall'ancestrale belva umana,
repressa nel profondo, ma ancor viva,
pronta a riaffiorare nella guerra,
in quella camera talmente strana,
dal cui camino usciva fumo nero
ed un maleolente e nauseante odore.
Si stringevano la mano, i bambini,
ammutoliti dall'alone di mistero,
mentre il gas letale fuoriusciva piano piano
e la luce si spegneva all'improvviso,
evitando che potessero scoprire,
sul viso del compagno affiancato,
la loro stessa tragica fine.
Inermi vite al massacro,
perpetuato nel nome d'un odio macabro,
ignobile olocausto, ancor presente nel comune ricordo,
lì dovrâ restare ed esser tramandato,
affinché non sia avvenuto invano,
ma possa servir da monito, all'uomo,
se vorrá chiamarsi tale e non più bestia.
Quell'anime innocenti, volate in cielo anzitempo,
vendetta non esigono, ma solo giustizia.
Mai più la guerra!
Un grido unanime levare, verso l'alto,
confidando nell'aiuto del Signore
che ci guarda e, forse, prova orrore
nel veder usato male
il libero arbitrio che ci ha donato, universale.

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IRIS VIGNOLA AUTRICE